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Mettiamo a dimora tanti alberi nelle città,
per risarcire, almeno in parte, i danni causati dai nostri comportamenti.
Dopo le feste di Natale, notiamo,
tristemente allineati ai bordi delle strade cittadine, tanti piccoli alberi
naturali, ormai spogli, eliminati come altri oggetti di consumo, sacrificati
all’altare della vanità. E’ il solito rito dell’usa e getta che domina ormai la
nostra società sempre più orientata verso il consumismo eccessivo e lo spreco
indiscriminato.
Altre aggressioni, ancora più devastanti, al
nostro patrimonio forestale stanno portando alla distruzione di buona
parte dei boschi dell’Appennino meridionale. Da alcuni anni a questa parte,
tra l’indifferenza generale ed il silenzio/assenso
delle Istituzioni, tanti alberi, anche secolari, veri polmoni verdi, preziose
riserve di biodiversità, continuano ad essere sacrificati, persino
in aree di tutela integrale dei Parchi nazionali, per
motivi prettamente economici o sono state “cancellati” dagli innumerevoli
roghi (di origine per lo più dolosa) che hanno segnato la scorsa estate.
Per risarcire, almeno in parte,
gli innumerevoli danni causati da comportamenti egoistici e superficiali,
vorremmo lanciare la proposta di mettere a dimora alberi e piante nelle
nostre città. Non mancano infatti giardini, pubblici e privati, aree libere,
anche degradate, che potrebbero essere arricchiti di nuove alberature.
Lo dobbiamo fare non solo e non
tanto per rendere più gradevole l’arredo urbano, ridurre l’inquinamento acustico
ed atmosferico, dotare la città di oasi di pace, quanto per le giovani
generazioni, alle quali lasceremo in eredità un ambiente sempre più oppresso da
rifiuti, inquinamenti, desertificazione e sempre più povero di Natura e di
Valori.
Abbiamo perduto il senso della
sacralità della Terra, senso che ci consentirebbe di apprezzare i suoi doni. In
un mondo globalizzato, sempre più disumano, non sentiamo più gli odori, i
sapori, non percepiamo i colori della Natura, abbiamo difficoltà ad osservare la
volta celeste, ad ammirare le stelle, i pianeti (anche a causa dell’ormai
dilagante inquinamento luminoso), ad osservare gli eventi naturali, il volgere
delle stagioni. Scrutiamo il cielo solo per capire se possiamo recarci in
montagna per il picnic tra i boschi, cui ovviamente regaliamo i nostri avanzi,
ovvero per praticare attività sportive e ricreative.
Non ci riguardano le ferite
provocate all’ambiente dai piloni di cemento ed acciaio degli impianti di
risalita o le cataste di auto che si arrampicano, inquinando e contaminando
finanche le vette alpine.
In estate ci rechiamo al mare solo
per godere dei benefici della balneazione, ma non ci curiamo di sapere se a mare
finiscono tonnellate di inquinanti pericolosi per la nostra vita e per gli
essere viventi che vi dimorano.
L’ambiente che ci circonda deve
essere asservito al nostro dominio. E’ una nostra proprietà, sulla quale abbiamo
potere assoluto.
Ben diverso l’atteggiamento dei
nostri progenitori: gli antichi Greci, ad esempio, provavano grande rispetto per
la Madre Terra. Anche quando le distese dei boschi erano vaste ed incontaminate,
come nella montagna sacra del Pollino, si indicava l’albero prescelto per
costruire l’architrave della propria casa al sacerdote di Apollo, custode dei
boschi. Questo albero si poteva tagliare solo dopo che fosse stata messa a
dimora una nuova alberatura ed avesse raggiunto la stessa altezza della pianta
prescelta.
Una grande lezione di sapienza che
ci viene dal passato.
Tra i più famosi e rinomati poeti
latini ispirati dal mondo naturale, Virgilio invitava a seminare alberi e
piante… “Carpent tua poma nepotes”...(cioè,
i nipoti raccoglieranno i tuoi frutti).
Traspariva in tutti gli autori classici il senso
del rispetto delle tradizioni agricole e pastorali e della responsabilità del
corretto agire nei confronti dei posteri.




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