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L’auspicio di ItaliaNostra per il Nuovo Anno 2008 

 

 


     Mettiamo a dimora tanti alberi nelle città, per risarcire, almeno in parte, i danni causati dai nostri comportamenti.

 

     Dopo le feste di Natale, notiamo, tristemente allineati ai bordi delle strade cittadine, tanti piccoli alberi naturali, ormai spogli, eliminati come altri oggetti di consumo, sacrificati all’altare della vanità. E’ il solito rito dell’usa e getta che domina ormai la nostra società sempre più orientata verso il consumismo eccessivo e lo spreco indiscriminato.

Altre aggressioni, ancora più devastanti, al nostro patrimonio forestale stanno portando alla distruzione di buona parte dei boschi dell’Appennino meridionale. Da alcuni anni a questa parte, tra l’indifferenza generale ed il silenzio/assenso delle Istituzioni, tanti alberi, anche secolari,  veri polmoni verdi, preziose riserve di biodiversità, continuano ad essere sacrificati, persino in aree di tutela integrale dei Parchi nazionali, per motivi prettamente economici  o sono state “cancellati” dagli innumerevoli  roghi (di origine per lo più dolosa) che hanno segnato la scorsa estate.

Per risarcire, almeno in parte, gli innumerevoli danni causati da comportamenti egoistici e superficiali, vorremmo lanciare la proposta di mettere a dimora alberi e piante nelle nostre città. Non mancano infatti giardini, pubblici e privati, aree libere, anche degradate, che potrebbero essere arricchiti di nuove alberature.

Lo dobbiamo fare non solo e non tanto per rendere più gradevole l’arredo urbano, ridurre l’inquinamento acustico ed atmosferico, dotare la città di oasi di pace, quanto per le giovani generazioni, alle quali lasceremo in eredità un ambiente sempre più oppresso da rifiuti, inquinamenti, desertificazione e sempre più povero di Natura e di Valori.

Abbiamo perduto il senso della sacralità della Terra, senso che ci consentirebbe di apprezzare i suoi doni. In un mondo globalizzato, sempre più disumano, non sentiamo più  gli odori, i sapori, non percepiamo i colori della Natura, abbiamo difficoltà ad osservare la volta celeste, ad ammirare le stelle, i pianeti (anche a causa dell’ormai dilagante inquinamento luminoso), ad osservare gli eventi naturali, il volgere delle stagioni. Scrutiamo il cielo solo per capire se possiamo recarci in montagna per il picnic tra i boschi, cui ovviamente regaliamo i nostri avanzi, ovvero per praticare attività sportive e ricreative.

Non ci riguardano le ferite provocate all’ambiente dai piloni di cemento ed acciaio degli impianti di risalita o le cataste di auto che si arrampicano, inquinando e contaminando finanche le vette alpine.

In estate ci rechiamo al mare solo per godere dei benefici della balneazione, ma non ci curiamo di sapere se a mare finiscono tonnellate di inquinanti pericolosi per la nostra vita e per gli essere viventi che vi dimorano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L’ambiente che ci circonda deve essere asservito al nostro dominio. E’ una nostra proprietà, sulla quale abbiamo potere assoluto.

Ben diverso l’atteggiamento dei nostri progenitori: gli antichi Greci, ad esempio, provavano grande rispetto per la Madre Terra. Anche quando le distese dei boschi erano vaste ed incontaminate, come nella montagna sacra del Pollino, si indicava l’albero prescelto per costruire l’architrave della propria casa al sacerdote di Apollo, custode dei boschi. Questo albero si poteva tagliare solo dopo che fosse stata messa a dimora una nuova alberatura  ed avesse raggiunto la stessa altezza della pianta prescelta.

Una grande lezione di sapienza che ci viene dal passato.

Tra i più famosi e rinomati poeti latini ispirati dal mondo naturale,  Virgilio invitava a seminare alberi e piante… “Carpent tua poma nepotes”...(cioè, i nipoti raccoglieranno i tuoi frutti).

Traspariva in tutti gli autori classici il senso del rispetto delle tradizioni agricole e pastorali e della responsabilità del corretto agire nei confronti dei posteri.

 

 

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LA NOSTRA STORIA
L’atto ideale di nascita di Italia Nostra sta nel cuore barocco di Roma, tra il Tevere e Trinità dei Monti, in quel tessuto stratificato e denso di storia che nel 1951 doveva essere cancellato dall’attuazione dell’ennesimo sventramento concepito nel ventennio tra le due guerre tra piazza di Spagna e piazza Augusto Imperatore.

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